martedì 12 ottobre 2010

Il bambino che non è mai cresciuto


Liberamente ispirato ai personaggi e alle ambientazioni di J.M. Barrie

In cui fate e sirene se la fanno lontano dall’Isola Che Non C’è


Il sole scendeva lento dietro lo scoglio a forma di teschio. Le luci sfumate tra l’arancio e il rosso sbucavano come lava dalle aperture degli occhi e della bocca di quella leggendaria roccia.

«Buonasera, Peter. Com’è andata la giornata?»

«Come sempre, amico, come sempre negli ultimi vent’anni. Una noia da morire» rispose Peter sospirando, deluso. «La tua?» aggiunse cortesemente.

«La mia? Hmf!»

«Hmf. Ovvero?» domandò Peter, che effettivamente non aveva compreso il significato di quello sbuffo.

«Che te lo dico a fare. Qui è tutto monotono, caro ragazzo. Sai meglio del sottoscritto che oramai l’unica cosa rilevante è assistere ogni giorno al tramonto del sole sull’Isola, seduti su questa collinetta.»

Rispose Peter, piegando il busto all’indietro e incrociando le mani dietro la nuca per abbandonarsi sull’erba fresca di sera: «Hai perfettamente ragione. Dannatamente ragione.»

Il cielo aveva cambiato colori; passato dall’arancio e rosso, al viola quasi blu. Iniziarono a comparire le prime stelle – e la luna, che delineava il profilo dell’isola illuminandone i contorni.

La baia dei pirati era vuota; solo i ricordi potevano ripopolare quel luogo con navi, urla di battaglia, spari di cannoni o di canzoni che parlavano di donne e bevute.

«A volte li sento ancora cantare a ritmo di banjo.»

«Coraggio, vecchiastro. Non pensarci!» esclamò Peter. «Sai, ci stai male. E’ la vita, no? Gioia, tristezza. Ricorda che c’è sempre l’eventualità che tutto cambi.» Estrasse dalla saccoccia un vecchio flauto, fatto di canne legate assieme con fili d’erba. Soffiandoci a labbra strette, Peter riprodusse il suono degli uccelli notturni e il canto delle sirene.

«Ti posso chiedere una cosa, vecchiastro?»

«Spara.»

«Non hai mai pensato di raggiungere i tuoi compagni?»

«Quei bastardi ammutinati? Giammai! Sono stronzi di mare, nient’altro. Preferisco continuare ad annoiarmi qui. E tu perché non hai raggiunto gli amici?»

Peter calò appena il vecchio cappello sugli occhi: «Lo sai, non voglio crescere» pronunciò con voce velata. «E poi, anche se volessi correre il rischio di invecchiare, non mi piacerebbe rimanere da solo. E invecchiare, da solo, mi fa più paura di quella volta appeso all’albero maestro della tua nave col cielo in tempesta.»

«Non capisco. Quei due ragazzini, Pennino e Piumino, non sono più tuoi amici?»

«A dire il vero, vecchio» fece Peter riponendo il flauto nella saccoccia, «non lo so più. Tutto quel che so è che vivono a Londra, sono grandi, hanno una moglie, dei figli. Tutti gli altri, compresa quella sgualdrina di una fata, hanno lasciato l’Isola per altre avventure. Ma dopotutto, non potevo costringerli a rimanere per sempre al mio fianco, no?»

«In effetti no.»

Peter si alzò, l’ombra che lui stesso aveva rattoppato alla meglio ai calzari fece altrettanto. «Ho paura, Giacomo.»

«Paura?»

Rispose Peter, rammaricato: «Quello che temevo si è avverato. Sono rimasto solo» spiegò. «Sì, ho te» si affrettò ad aggiungere in risposta ai finti colpi di tosse di Giacomo Uncino, «ma gli amici che mi hanno seguito per anni non ci sono più. Con loro sono cresciuto. E ora mi hanno abbandonato. Per cosa poi? Crescere. La famiglia

«Non avercela a male, Peter. Magari non ti hanno abbandonato. Forse ti aspettano, perfino… con la finestra aperta.» Detto quello, la voce di Uncino cambiò. «Se vuoi» attaccò con la classica grazia persuasiva alla quale comunque Peter non aveva mai abboccato, «posso andare a Londra, rapire le loro mogli (e qui Peter immaginò Uncino, vecchio e arrapato, beccarsi sulla testa decine e decine di colpi di matterello mentre cercava di portar via da casa le mogli di Pennino e Piumino) e condurle qui. Saranno costretti a ritornare all’Isola Che Non C’è. Potresti incontrarli di nuovo e, spada in pugno – battendoti contro il qui presente Capitano - riconquistarli. Non dovresti neanche preoccuparti di crescere, nemmeno un po’. Che ne pensi?»

«Con tutto il rispetto, vecchio mio, come credi che faresti a viaggiare fino a Londra? Non hai più una nave, e non sai volare» disse Peter in tono spiccio. «E comunque no, la tua proposta non l’avrei mai accettata, in nessun caso.»

«Già» rispose triste Giacomo Uncino.

Verso mezzanotte, con la luna alta nel cielo, calò un silenzio irreale. Non c’erano sirene che cantavano, come accadeva un tempo, né i suoni dei tamburi indiani.

«Ci vediamo domani, vecchio. Io vado» fece Peter incamminandosi verso la foresta.

Uncino esclamò: «Peter! Ragazzo, ascolta.»

«Che c’è?»

La voce di Uncino era bassa, supplichevole e mielosa al tempo stesso: «Mi insegneresti a volare?»

Peter lo squadrò da capo a piedi; con stupore notò che l’unico particolare dell’aspetto di Giacomo Uncino (Capitano) a non essere mai cambiato era il moncherino d’acciaio scintillante avvitato da anni in sostituzione della mano destra.

«Giacomo, non te la prendere, ma volare proprio non fa per te».

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