venerdì 14 dicembre 2012

Lo Hobbit, un viaggio inaspettato o parte I

L'ho visto ieri sera. Normalissima proiezione 2D senza l'artificio dei 48 FPS. Mi sarebbe piaciuto guardarlo con il supporto di questa nuova tecnologia, ma in tutta la mia Terra di Mezzo l'unico cinema predisposto era troppo lontano. Quindi fanculo a tutti i 48 fotogrammi per secondo.

Il film mi è piaciuto. Lo rivedrei volentieri, ma probabilmente non lo farò. Ho scritto un'umilissima recensione per il sito di Lunatica. La riporto per esteso qui, ma potete trovarla anche qua nella sua fonte originale. 
 
Più erbapipa per tutti, ci vorrebbe.Già. 



Dopo tanta attesa Lo Hobbit: un viaggio inaspettato è finalmente arrivato nei cinema. Primo film di tre previsti (La desolazione di Smaug e Andata e ritorno saranno gli altri due), Un viaggio inaspettato ripercorre le avventure del giovane hobbit Bilbo Baggins raccontate ne Lo Hobbit, romanzo scritto da J. R. R. Tolkien a cui il film di Peter Jackson si ispira, pubblicato nel 1937.

Come si poteva immaginare, la sceneggiatura ha rispettato tutti i canoni del caso, nel senso che, più della fedeltà al libro (che comunque rimane su buoni livelli), è stata rispettata per forza di cose l'esigenza di mantenere forte il legame con la trilogia cinematografica del Signore degli Anelli, con annessa didascalica introduzione alla storia. Giusto e preventibabile. Ma anche i toni, troppo cupi in alcuni punti, hanno strizzato l'occhio alle sequenze della prima trilogia di Jackson; probabilmente non era il caso considerando le atmosfere meno pesanti e più scanzonate del romanzo Lo Hobbit, ma è andata com'è andata. Nulla di preoccupante (per alcuni), ma per i "vendicativi" puristi tolkeniani la faccenda dovrebbe essere diversa. Lasciamo a loro giudicare. 

Il legame con la trilogia del Signore degli Anelli, appunto. È palese, scontato, imprenscindibile.Ma tutto fila. L'anima del libro di Tolkien è stata evidentemente trattata con i dovuti criteri e la giusta dose di passione per un'opera tanto importante e conosciuta. Licenze e stravolgimenti ce ne sono, ma sempre pensate e realizzate per incrementare l'impatto visivo ed emotivo, arricchendo così anche la pellicola delle medesime sfumature presenti nell'opera originale. 

Lo Hobbit (primo film a essere proiettato in 3D a 48 fotogrammi al secondo, solo nei cinema predisposti) è tecnicamente validissimo, nonostante un uso eccessivo e a tratti ridondante della computer grafica. Ma anche in questo caso il lavoro è minuzioso, ricco di quella passione vista nei film sul Signore degli Anelli e conscia di quella esperienza. La Nuova Zelanda, luogo unico per la realizzazione di una credibile e affascinante Terra di Mezzo, è stata nuovamente la base perfetta per ricreare i mondi di Tolkien; la Weta Digital e Weta Workshop hanno implementato il tutto attraverso l'utilizzo della computer grafica e dei modellini in scala. Una Terra aspra, vivida, che ha trovato più spazio che nei tre precedenti film. Per quanto riguarda ancora il comparto tecnico, spiccano la meravigliosa fotografia di Andrew Lesnie e le inconfondibili melodie di Howard Shore, abile a riprendere alcuni dei vecchi temi portanti e crearne altri, allo stesso modo efficaci.
Lasciata la placida Contea non c'è un attimo di respiro. Le scene d'azione si susseguono a ritmi sfrenati e l'avventura prende lo spettatore letteralmente per mano conducendolo al fianco dei personaggi. A questo punto un passo indietro: i nani. Esteticamente non si avvicinano molto a come vengono descritti nel libro, ma bucano lo schermo. Stravaganti, rozzi e gran combattenti, i nuovi membri della compagnia tengono la scena in maniera impeccabile. Non c'è stato lo stesso spazio per tuti, almeno in queto primo film, in cui solo Thorin e Balin hanno più voce in capitolo degli altri. Di contro, dispiace per un doppiaggio italiano non sempre all'altezza. 
Cosa che non capita con Galdalf. Dopo la grave perdita di Gianni Musy, storico doppiatore dello stregone e del Silente cinematografico nei film diHarry Potter, aspettavamo con curiosità e preoccupazione il cambio di voce. Ed ecco Gigi Proietti, che non sarà mai Musy, certo, ma non lo fa rimpiangere. Quel tono inconfondibilmente caldo, sicuro, paterno e rabbioso quando serve... degno di Galdalf il Grigio. 

I ritorni e i cammeo. Frodo (Elijah Wood), il vecchio Bilbo (Ian Holm), Galadriel (Cate Blanchett), Elrond (Hugo Weaving). Buoni ed efficaci, sempre in parte e ispirati dalle astmosfere. Un ritorno anche per il "tesoro", l'Unico Anello, prima nelle mani di Gollum e successivamente in quelle di Bilbo. La creatura, trasformata dai poteri del maledetto ninnolo, è stato ispirato alle grottesche espressioni di Andy Serkis, che ha dato il suo contributo anche come aiuto regista. La parte in cui Bilbo incontra l'essere viscido e folle è memorabile. Una sequenza lunga, articolata, che vede i due hobbit (o meglio, un hobbit e un ex hobbit) battagliare verbalmente a suon di indovinelli. Scena diversa da come era stata impostata in un flashback de Il Signore degli Anelli, particolare che in questo caso non dà continuità tra le due trilogie. 

Maestoso. È l'aggettivo che meglio definisce Lo Hobbit: un viaggio inaspettato. Un libro di poco più di 300 pagine, ma suddiviso in ben tre film. Il proverbiale rischio annacquamento era dietro l'angolo ma Peter Jacksonnon ha risparmiato minuti preziosi neanche questa volta. La Terra di Mezzo, con i suoi personaggi e le sue storie, è ritornata sul grande schermo in tutto il suo splendore.

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