domenica 10 maggio 2015

Lo Hobbit - La Battaglia delle/dei Cinque Armate/Eserciti

Come si dice in questi casi: "via il dente, via il dolore". 
Ho prolungato l'agonia preferendo Interstellar, qualche giorno fa (ricordate? qui), ma non potevo più rimandare. Questo terzo film de Lo Hobbit era un bel dente da togliere. Tutto è iniziato senza anestesia, ed è finito con lacrime... di noia.

Dei film che ho visto fin qui in vita mia pochi sono riusciti ad annoiarmi come Lo Hobbit 2 e 3. Dopo il primo film, che mi era pure abbastanza piaciucchiato, devo dire, è arrivato il tracollo. Al di là dell'adattamento, giusto o meno, il baraccone ambulante di Peter Jackson ha dato prova di riuscire a tirare avanti un'altra mastodontica produzione. Bravi. Tuttavia c'era meno umiltà, questa volta, sostituita da un generoso pizzico di boria che, secondo me, ha finito per rovinare tutto. Molte le scelte sbagliate, a cominciare dalla decisione in sé di realizzare una seconda trilogia.

Ecco le cose che mi sono piaciute e quelle che non mi sono piaciute.

Piaciute: 
- Il primo film. Bello, poetico, spiritoso al punto giusto, avventuroso e realizzato con un certo criterio.
- Il tema e la canzone The Last Goodbye, pezzo cantato da Billy Boyd (Pipino). Dolce, struggente, potente. 
- Concept, design e animazione di Smaug. Era reale e faceva veramente paura.

Non piaciute: 
- Secondo e terzo film. Scriteriati entrambi. Non mi pento di non essere andato al cinema a guardare il terzo. Dopo la fregatura del secondo niente e nessuno mi ha spinto in sala, non ne ho sentito la necessità. La versione home video è stata pù che sufficiente. Sono due film che semplicemente non funzionano, nemmeno visivamente. L'uso e l'abuso invasivo degli effetti visivi contribuisce a rendere tutto ancora più finto e paradossalmente piatto. L'effetto videogame è allucinante. Non c'è alcun contatto tra gli attori e la scenografia. A tal proposito, ho condiviso la visione con una vocina interna che ripeteva in continuazione "green screen! green screen!". È stato orribilmente posticcio.
- Recitazione. A proposito di contatto. Gli attori, pochi esclusi, sono spaesati. La grinta di Viggo Mortensen e la passione di Elijah Wood qua se la sognano un po' tutti. Orlando Bloom è la versione ingrassata e riesumata alla bell'e meglio del Legolas che abbateva Olifanti come mosche e grindava come un pro skater sugli scudi orcheschi.
- Personaggi (nuovi e vecchi). Martin Freeman probabilmente è stato l'unico ad avere buone intenzioni e ha fatto il possibile per rendere il suo ruolo credibile. Al di là delle faccette buffe (che alcuni non hanno gradito), questa versione di Bilbo non è affatto male. Il resto del cast invece si muove a tentoni, cercando di non inciampare e senza mai osare; che non vuol dire fare del proprio personaggio il pagliaccetto di turno, ma sentirselo cucito addosso, esserlo al cento per cento, volerlo, viverlo e respirarlo. Freeman ci ha lavorato, lo stesso Benedict Cumberbatch con Smaug, Ian McKellen idem, ma nessuno li ha supportati, checché se ne dica di Richard Armitage (Thorin) che no, a me non ha convinto.
- Tauriel. No. Lodevole l'idea di inserire un personaggio originale femminile, un'elfa, buona e da paraculi l'idea della love story con un nano, ma all'atto pratico sa di flop.
- Emozioni. Non ho registrato momenti memorabili. Non che ci tenessi a versare fiumi di lacrime (come mi capita tutt'oggi quando rivedo TLOTR). Appena toccante, ricordo, la scena in cui Bilbo ritrova i nani dopo i giochini con Gollum, nel primo film, ma il resto della trilogia mi ha tenuto lontano dalla storia, lontano dai personaggi. Non avevo alcun legame con le scene. Un rapporto freddo, glaciale, fatto perlopiù di sbadigli e distrazioni. Per quanto ci sia amore e dedizione dietro, e si vede, Peter Jackson si diverte a pasticciare, tra virtuosismi ed esperimenti. 
- Dialoghi. Non pervenuti.


Che altro aggiungere? Recuperato e già dimenticato. Via il dolore.

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