mercoledì 26 agosto 2015

Il mio altrove


Ecco una delle cose che ho scritto in questo periodo. L'ho riletta solo un paio di volte. Mi andava di condividerla qui. Non è un racconto, non troverete una trama. Nessun inizio, nessuna fine. Per me è stato un po' come sfogarmi, fare esercizio e mettere per iscritto qualche pensiero contorto. Il trailer di Suicide Squad ha contribuito all'ispirazione.  Sono due parti. In realtà avrei dovuto continuare ma ho deciso di fermarmi qui. Due scene.




L’erba rigogliosa della collina era tinta dalle accese sfumature del cielo al tramonto. La sera era sempre più vicina e il sole offriva volentieri, secondo dopo secondo, il suo posto alla luna. La ragazza aveva gli occhi chiusi, la schiena a contatto con la terra e le braccia lungo i fianchi.
«Questa non è casa mia» farfugliò tra sé.
Il suono delle parole precedette di poco l’arrivo di una figura alta e snella.
«E perché no?»
La ragazza con gli occhi chiusi si sollevò di scatto, poggiandosi sui gomiti. Aveva la pelle chiara, un paio di occhiali dalla montatura spessa che cadevano scomodi sul naso e un intrico di capelli ramati. Aperti, gli occhi erano di una tonalità dorata. Grandi, luminosi e spaventati. «Perché non c’è nulla di familiare» rispose con voce tremante. «Ci conosciamo?»
La sagoma sottile apparteneva a una donna. Osservandola con più attenzione si poteva notare che era molto giovane, nonostante le forme del corpo facessero intendere diversamente. L’inganno era prodotto anche dal camice che indossava, uno di quelli bianchi immacolati da medico, con un taschino dal quale spuntava una penna e un fazzoletto.
«Sono la dottoressa Quinzel» spiegò la donna, ma scoppiò subito a ridere. Quindi la ragazza con gli occhiali si mise in piedi, strabuzzò gli occhi e fece un passo indietro.
«Ti chiedo scusa, non volevo mancarti di rispetto» chiarì la dottoressa alzando le mani sopra la testa.
«Rispetto?»
«Sì, quella cosa che dà fastidio a molta gente, me compresa» rispose la Quinzel arrotolando all’indice della mano destra una ciocca di capelli. La chioma era scompigliata, di un biondo spento, con sfumature azzurro e viola pastello appena accennate sulle punte.
«Qual è il tuo vero nome? Cosa vuoi da me? Ora non si può nemmeno stare un po’ in pace…»
La Quinzel sorrise e spalancò gli occhi, come se fosse l’unica reazione possibile in risposta alla collera e al nervosismo manifestato dalla ragazza con gli occhiali.
«Harley. Adesso mi chiamano tutti Harley».
Le due si osservarono a vicenda per qualche secondo senza aprire bocca, mentre il sole cadeva pigro dietro l’orizzonte.
«Juliet. Il mio nome di sempre».
«Mi piace!» commentò entusiasta Harley, così afferrò la mano di Juliet e la baciò, sfiorandone il dorso con le labbra.
Non essere a proprio agio è una cosa molto spiacevole. È l’imbarazzo. Ci fa sentire impacciati, indifesi e piccoli. Sparire è l’unica cosa a cui pensiamo in quel preciso momento, come pure desiderare che la situazione cambi immediatamente.
Juliet non sparì, né cambiò qualcosa nei minuti che seguirono; perché Harley, sorridente ed equivoca, non aveva alcuna intenzione di andar via, scendendo dalla collina.
«Non sei una dottoressa. Se non ti dispiace vorrei rimanere qui ancora un po’».
«Questo è magnifico!» esclamò Harley con una piroetta.
«Da sola» puntualizzò Juliet.
«Questo decisamente no» rispose Harley, portando verso l’esterno il labbro inferiore.
L’espressione della giovane donna poteva ricordare una bambina non più grande di sette anni, viziata e anche un po’ discola.
«Sparisci» disse Juliet, accigliata.
«Come sei ritrosa. Sei adorabile, lo sai? Sì che lo sai. LO-SAI!» gridò Harley scalciando l’aria. Da sotto il camice spuntarono le gambe sottili, fasciate da leggings variopinti e sdruciti.
Juliet sbuffò. «Mi stai spaventando» spiegò cincischiando con le dita. Gli occhi dorati iniziarono a riempirsi di lacrime, ad arrossarsi. Sbirciavano da sopra le lenti degli occhiali spessi, esaminando l’incedere di Harley. «Non so chi sei. Io ti… Per favore, allontanati. Va’ via!»
«Paura?» strillò la non-dottoressa facendo un occhiolino. «E non ho ancora tirato fuori la pistola!»
Juliet portò le mani in avanti, determinata a mantenere le distanze, ma il disagio che manifestava non faceva altro che infondere a Harley più coraggio. Cosa aveva fatto di male per ritrovarsi a combattere una persona tanto invadente quanto morbosa? Cosa aveva attirato lì, ai confini del mondo, quella sconosciuta?
«Senti, mi stai facendo innervosire. Se non te ne vai subito giuro che…»
«Scappi? Ti metti a urlare? Chiami il Pipistrelluccio muscoloso? Lui non c’è! È morto stecchito» disse Harley allargando il sorriso.
«Ma che diavolo…?»
Le parole di Juliet si strozzarono in gola, bloccando il flusso d’aria e le corde vocali. Goccioline di sudore iniziarono a imperlare la fronte lucida, colando lungo le tempie e finendo per rigare le guance arrossate.
Harley stringeva in pugno una pistola dalla canna lunga e lucente. L’aveva estratta rapidamente dalla tasca interna del camice e la puntava dritta alla bocca di Juliet.
«Un bacio» ridacchiò Harley, «un bacio dal sapore metallico e poi il fuoco. Così: BOOM!»

Due
Statisticamente, ogni due secondi, c’è qualcuno – abitante del globo terraqueo – che maledice la vita. Ognuno ha le sue buone ragioni per farlo, beninteso, ma se ci fermassimo un attimo a riflettere capiremmo che è tutta colpa nostra. Solo nostra.
Juliet era completamente bagnata e maledisse la vita, la collina e il mondo intero. Poi anche Harley, perché sì.
«Qualcuno ti ha inviato per rovinarmi definitivamente l’esistenza?» domandò minacciosa, boccheggiando.
Harley saltellò sul posto, sventolando la pistola energicamente. «Certo che no. Te l’ho fatta! Te l’ho fatta! Piaciuto lo scherzetto?» cantilenò.
Quelle grida di giubilo resero Juliet ancora più nervosa. La maglietta che indossava era completamente zuppa, così pure il viso e i capelli, appiccicati fastidiosamente sulla fronte.
«Sei una stronza» farfugliò Juliet togliendo per un attimo gli occhiali. Il pensiero di strappare dalle mani di Harley la pistola ad acqua le fulminò la mente, ma restò sulle sue.
«Hai un ottimo autocontrollo. Perché non mi prendi a pugni?» commentò Harley, sarcastica.
«Dici?» soffiò Juliet. «Sai una cosa? Ti è andata bene. Prenderti a pugni è l’ultima cosa mi andrebbe di fare in questo momento. Ora te ne vuoi andare? Vattene. ADESSO!»
«Non posso» rispose Harley, diventando improvvisamente seria. La pistola ad acqua le scivolò dalle mani e cadde sull’erba della collina. «Sei stata tu a portarmi qui. Lo hai dimenticato?»
Il cuore di Juliet iniziò a battere un pochino più forte. Inforcò di nuovo gli occhiali e, tirando un bel respiro profondo parlò: «Non scherzare. Non ci conosciamo. Come posso dimenticare qualcuno che non ho mai visto in vita mia?»
«Sono Harley» rispose Harley stiracchiando le braccia dietro la schiena. «Ho sentito il tuo richiamo. Così eccomi qui».
L’espressione seria della non-dottoressa mandò Juliet ancora più in confusione.
«Dev’esserci un errore perché, lo giuro, non ti conosco» spiegò per l’ennesima volta Juliet. «Te l’ho detto, non aspettavo nessuno» aggiunse abbassando lo sguardo.
«Sai che non è vero. Sono stata convocata» replicò Harley, ostinata. «Non desideravi altro che me».
La luna piena illuminava la cima della collina e nient’altro. Oltre quel pezzo di terra solo un manto blu di nulla o qualcosa di più oscuro.
«Sai cos’è questo posto?» fece a un tratto Harley.
Juliet sollevò un sopracciglio e sbuffò la risposta più ovvia che potesse considerare. «Be’, una collina».
«Volevo dire» riprese Harley passando la punta della lingua sul labbro superiore, «cos’è questo posto?»
Juliet esaminò Harley dalla testa ai piedi. Le gambe sottili, il corpo elastico, i lineamenti armoniosi del viso, le ciocche dei capelli colorate. Per un attimo ebbe la strana sensazione di averla inquadrata, poi sbottò: «Me ne vado. Ciao!»
E in effetti si voltò, iniziando camminare, dando le spalle alla luna, strizzando nel frattempo i bordi della maglietta per far gocciolare l’acqua.
«Sei una delusione» strillò inviperita Harley portando le mani alla bocca. «Non si trattano così i propri desideri!»
Juliet si fermò. Non ci fu bisogno di rigirarsi perché Harley, la morbosa Harley, l’aveva già raggiunta e afferrata per le braccia. La non-dottoressa parlò tutto d’un fiato.
«Dormi. Stai sognando. Siamo nella tua mente. Sono una proiezione di uno dei tuoi desideri più ricorrenti dell’ultimo mese. Questo posto non è casa tua. È la tua testa. Sono qui. E ti amo, come volevi».

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